Il DdL Gelmini sulla riforma dell’università ha iniziato il suo iter parlamentare ed è, al momento della scrittura, in esame alla commissione “Istruzione pubblica, beni culturali”. Il DdL riguarda molti aspetti dell’università ma mi vorrei concentrare su uno in particolare: l’impatto che ha sugli oltre 25000 ricercatori attualmente in servizio nelle diverse sedi universitarie.

Il disegno prevede, per il reclutamento la figura dei Ricercatori a Tempo Determinato (RTD) normata dall’Art 12, ma non menziona i Ricercatori a Tempo Indeterminato (RTI) se non per i loro obblighi. Perciò, se ne deduce, in maniera assolutamente implicita gli RTI divengono “ruolo ad esaurimento” come tempo addietro la figura degli assistenti.

Esiste poi un’abilitazione nazionale (Art. 8 ) al ruolo di Professore Associato e commissioni locali per la selezione e chiamata degli abilitati (Art. 9). Per gli RTD tale abilitazione rappresenta il modo per ottenere una posizione a tempo indeterminato (tenure), e se non ottenuta entro 6 anni la definitiva esclusione dal mondo accademico. Mentre per gli RTI rappresenta, come è ora, la possibilità di progressione di carriera.

Quindi ci sono due bacini di ricercatori che si trovano a competere per lo stesso tipo di posizione, con la differenza che per gli RTD rappresenta la possibilità di entrare a tempo indeterminato nell’università, mentre per gli RTI è una progressione di carriera.

Ovviamente si assisterà ad una pressione “sociale” che favorisce la stabilizzazione degli RTD che di fatto hanno una posizione precaria, rispetto a far fare una progressione agli RTI che comunque precari non sono. Ancora una volta motivazioni estranee al merito influenzeranno la carriera delle persone all’interno dell’università.

Ma la cosa più grave è che questo problema è completamente ignorato dalla legge che non si cura neanche di indicare esplicitamente gli RTI come ruolo ad esaurimento.

Difficile trovare soluzioni a questo pasticcio. Qualcuno propone un “ope legis” che promuova gli RTI direttamente al rango di Professori Associati, chiaramente questo potrebbe non essere realizzabile senza “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” come detta il disegno. Per risolvere quest’ultimo nodo, il CNRU ha presentato una proposta che prevede il passaggio al ruolo di associato, mantenendo lo stipendio da ricercatore.

Probabilmente un “todos caballeros” non è giusto, ma l’avere due categorie di stipendi per gli associati è aberrante. D’altra parte risulta scorretto e mortificante che gli RTD, nuovi arrivati, scavalchino gli RTI che da tempo attendono possibilità concorsuali, sulla base di motivazioni “sociali”.

Il rischio, se il parlamento non troverà una soluzione, è di trasformare gli RTI in un ruolo-ghetto da cui sarà estremamente difficile uscire.

Update (15/2/2010):

Durante la discussione nella 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) a cui il DdL è assegnato in sede referente, nella seduta del del 10/2 il senatore Calabrò , nel suo intervento ha sollevato il problema (mio il grassetto):

Per quanto riguarda i ricercatori già in ruolo, rileva criticamente che essi restano privi di uno status giuridico e vengono addirittura discriminati rispetto a quelli assunti nel nuovo ruolo, essendo prevista solo per questi ultimi la possibilità di chiamata diretta da parte degli atenei, una volta conseguita l’idoneità nazionale, senza essere sottoposti alla procedura concorsuale locale. Sostiene in proposito che i ricercatori che da anni esercitano formalmente attività didattica su incarico degli atenei dovrebbero poter formalmente conseguire la qualifica di professori aggregati senza oneri aggiuntivi a carico dello Stato.

Fortunatamente qualcuno ha presente in problema, ma con la proposta avanzata rischiamo o di avere due categorie di stipendi diversi (come la proposta CNRU), o di andare a gravare ulteriormente sul FFO degli atenei.