Codice etico – Nepotismo

Sulla mailing list del Coordinamento Ricercatori del Politecnico di Torino è stato inviato un frammento del codice etico dell’Università di Udine, proponendolo come possibile integrazione al codice etico della Comunità Universitaria Piemontese, che verrà adottato dal Politecnico.

Mi domando se delle regole molto stringenti non possano cambiare all’improvviso le carte in tavola, anche per chi ha le intenzioni più oneste. O viceversa delle regole un pò più lasche non abbiano alla fine alcun impatto pratico.

Nel dettaglio i ragionamenti…

Il frammento del Codice Etico dell’Università di Udine, relativo al nepotismo è il seguente:

Articolo 3 – FAVORITISMO, NEPOTISMO
1. Per favoritismo si intende il comportamento di chi, approfittando della propria posizione, agevoli qualcuno indipendentemente dall’accertamento obiettivo delle sue qualità. Il nepotismo costituisce un caso particolare di favoritismo in cui l’autore e i beneficiari del comportamento scorretto risultano legati da vincoli di parentela o di coniugio, o di affinità o di stabile convivenza.
2. Sussiste un fenomeno di nepotismo, con riferimento alla carriera accademica, quando un professore, un ricercatore o un appartenente al personale tecnico-amministrativo utilizzano la propria  autorevolezza o capacità di persuasione – nei confronti di altri professori, ricercatori o appartenenti al personale tecnico amministrativo – per concedere benefici economici, per favorire l’affidamento di incarichi o la chiamata in ruolo, o per influire sull’esito delle procedure di selezione, a vantaggio del coniuge, di un proprio parente o affine fino al quarto grado, di un proprio convivente, oppure per qualsiasi altra ragione indipendente dal merito. Anche coloro che traggono consapevolmente
beneficio, o richiedono, per se stessi o per altre persone, comportamenti di favore da parte di coloro che hanno il compito di giudicarne la qualità, si rendono responsabili di favoritismo.
3. Queste pratiche costituiscono una dimostrazione di slealtà da parte di chi le attua; esse rappresentano un oltraggio al diritto per tutti di ottenere eque opportunità e ostacolano di fatto il conseguimento di livelli di eccellenza. Chiunque sia testimone di episodi di favoritismo è invitato a denunciarli. Coloro che siano stati svantaggiati da episodi di favoritismo dovranno essere incoraggiati a denunciare tali fatti, e tutelati dall’Università in quanto vittime di comportamenti scorretti, senza che ciò rappresenti una condizione di favore per le vittime stesse.

Il frammento qui sopra riprodotto è interessante.
E’ importante capire come esso si inserisce nel contesto legislativo vigente.

La legge 240 prevede che no si possano chiamare “coloro che abbiano un grado di parentela o di affinità,fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione dell’ateneo” (L.240/2010, Art. 18, c.1, b)

Questo dettame di legge stabilisce un vincolo forte ed è probabilmente stato inserito in seguito agli scandali riportati dai giornali negli anni passati.

Ricordo che, secondo il codice civile (art.74-78) il matrimonio non stabilisce un vincolo di parentela o di affinità. Quindi mentre un dipartimento non potrà mai venire chiamato un cugino di 4o grado di un professore, potrà invece chiamare senza problemi la moglie. A maggior ragione, nessun vincolo viene posto nei casi in cui non ci sia coniugio ma convivenza.

Immagino che sia nell’ottica di correggere tale singolarità che il codice citato da Cristina parla di “vincoli di parentela o di coniugio, o di affinità o di stabile convivenza”.

In linea di principio mi pare ragionevole.

Ma proviamo a calarlo in un caso concreto, fittizio ma non irreale:

  • A e B sono due ricercatori che lavorano nello stesso dipartimento dagli anni 90, iniziano con un’amicizia e finisco, nei primi anni 2000 per sposarsi. All’epoca non c’erano norme di questo tipo, ma magari se anche ci fossero state l’avrebbero fatto lo stesso…
  • A, con molta fatica diventa Professore Associato a metà degli anni 2000 e spera che presto anche B possa fare la stessa progressione.
  • purtroppo, per le vicende tristemente note, B non riesce ad ottenere un’idoneità prima dell’entrata in vigore delle L.240, per sua fortuna il matrimonio non comporta né parentela né affinità: dovrà aspettare l’abilitazione nazionale ma nel medio/lungo periodo ha ancora qualche speranza
  • prima che venga bandito il concorso nazionale il suo ateneo emana un codice etico con il quale si estendono i vincoli della legge a “vincoli di parentela o di coniugio, o di affinità o di stabile convivenza”: carriera bloccata, a meno di cambiare dipartimento (non così facile) o cambiare città (non banale se si ha famiglia)

Questo ovviamente è un possibile esito a fronte di un’interpretazione molto stringente del codice etico.

In pratica nel valutare i casi di potenziale violazione occorre provare che:
– ci sia stata agevolazione “indipendentemente dall’accertamento obiettivo delle sue qualità”,
– che sia stata usata “la propria autorevolezza o capacità di persuasione”.
Secondo voi quali sono le probabilità che i docenti del collegio di disciplina o chiunque altro sia così rigoroso nei casi che lo richiederebbero veramente?
Non è più probabile che valutando il caso di A e B come un caso di NON nepotismo, poi lasci passare tutto?

Sinceramente non so quale sia la soluzione migliore.
Probabilmente qualche dettaglio in più non guasta, nel caso peggiore resta solo sulla carta.

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