Strategie per l’università

Oggi (19 Giugno), durante il pranzo, ho avuto un’interessante conversazione che ha toccato anche il redigendo piano strategico del Politecnico di Torino.

Sono emerse alcune riflessioni, in parte mie in parte del mio interlocutore, che faccio mie. Al mio iniziale scetticismo sull’operazione si sono aggiunte istanze sui fondamenti (o assenza di) da cui condurla.

Antefatto

All’inizio del suo mandato, il Rettore Profumo decise di avviare il proprio mandato con la stesura di un Piano Strategico che è stato finalmente approvato nel Giugno del 2007.

Già il titolo “Un’Università internazionale per il territorio” lascia intendere che si tratta di un’opera sincretistica che un poco rappresenta lo spirito del tempo di quel periodo: il “ma anche”.

La mia impressione, avendo frequentato il Senato Accademico dalla fine del 2007, è stata quella che molti citassero il piano strategico vedendoci rappresentate le proprie convinzioni (anche se molto diverse). Altri invece lo consideravano un esercizio sterile e quindi lettera morta. Alla fine, la posizione che ho maturato mi annovera tra questi ultimi.

Quest’anno (2013) a 12 mesi dalla sua elezione, il Rettore Gilli lancia una nuova operazione Piano Strategico che prevede varie fasi:

  • una fase istruttoria da parte di una Commissione di Ateneo, a cui è affidato il ruolo di svolgere un’attenta analisi dei punti di forza e di debolezza, dei rischi e delle opportunità che si presentano per il nostro Ateneo e di proporre conseguentemente una pianificazione strategica complessiva agli Organi di Governo;
  • una fase di elaborazione presso gli Organi di Governo, a partire dall’analisi e dalle proposte predisposte dalla Commissione;
  • un’approfondita fase di discussione all’interno dell’Ateneo, con il coinvolgimento dei Dipartimenti e di tutto il personale;
  • una fase di confronto con un “Advisory Board” esterno, che sarà nominato nelle prossime settimane, composto da personalità di elevata reputazione scientifica, con esperienza di governo in istituzioni universitarie e/o centri di ricerca di livello internazionale;
  • una fase conclusiva di approvazione delle linee di pianificazione strategica da parte degli Organi di Governo, secondo le competenze previste dallo Statuto. 

(dalla Circolare Prot. 7516/II.1 del 3 Giugno 2013)

Considerazioni

Personalmente la prima volta che ho sentito Marco Gilli accennare ad un nuovo Piano Strategico ero scettico. Per due motivi: 1) visto l’esito del precedente Piano Strategico consideravo la stesura di uno nuovo un inutile spreco di tempo e risorse, 2) un Rettore, unico candidato, che aveva presentato un dettagliato programma, di fatto aveva già presentato un proprio piano strategico nella forma del programma stesso.

Nella chiacchierata odierna sono emersi altre riflessioni che condivido.

Parlare di piano strategico e partire con una SWOT analysis senza avere chiaro qual’è il modello Poli-tecnico su cui fondarsi o accettando implicitamente ed acriticamente quello attuale che risale all’inizio del secolo scorso è prematuro.

Inoltre, per condurre un’analisi SWOT è necessario prima definire un obiettivo, citando wikipedia:

SWOT analysis may be used in any decision-making situation when a desired end-state (objective) has been defined

In effetti, una delle primi concetti che si imparano sulle misure è che qualsiasi campagna di misure può essere  progettata dopo aver definito gli obiettivi: cosa e come si misura dipende fortemente dall’obiettivo finale.

Piuttosto di un piano strategico universale che ricalchi il sincretistico “ma anche” di quello precedente, potrebbe aver senso aprire un dibattito su temi ben definiti. Su tali temi il Rettore dovrebbe chiarire qual’è la propria posizione e poi cercare un confronto, un dialogo, magari anche il dissenso.

Comunque si proceda, un elemento chiave è il coinvolgimento del personale del Politecnco: le conferenze di ateneo sono pochissimo frequentata, le discussioni sui forum di ateneo ancora meno. Il problema era emerso, tra i tanti, anche durante l’incontro “Dialoghi per il SA e CdA“, del 12 Giugno scorso. In generale l’impressione è che si preferisca lasciare le decisioni strategiche a chi è al governo dell’ateneo senza intervenire in prima persona. Non è facile identificare quale possa essere il modo di stimolare il dibattito e la partecipazione.

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3 thoughts on “Strategie per l’università

  1. Fare strategie vuol dire fare scelte, definire priorità, aprire strade e chiuderne altre.
    Però non si può partire dal basso, la discussione va strutturata top-down. Partendo (appunto!) dagli obiettivi.
    Ritengo che la partecipazione dei singoli possa essere stimolata solo se vi è una reale fiducia sull’utilità di tale impegno. Questo si è verificato nel passato?

  2. Condivido pienamente. Vorrei aggiungere che mi sembra anche un’operazione “difficile” di per se’ visto che di fatto l’autonomia dell’universita’ oggi e’ limitatissima.
    Riguardo allo scarso coinvolgimento del personale, che e’ vero che e’ un elemento chiave, a me sembra che sia una delle cose che dobbiamo capire con maggiore urgenza. Prima ancora che cercare di coinvolgere le persone, dovremmo cercare di capire come mai oggi ci sentiamo cosi’ “distaccati”. Cosa significa veramente? e’ il risultato del messaggio che la competizione piu’ che la collaborazione sono la chiave del successo dell’accademia? che stiamo perdendo il senso di appartenenza o del nostro ruolo in senso largo, anche sociale? e’ lo scoramento per un chiaro deteriorarsi delle condizioni in cui lavoriamo?

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