Finanziamento diffuso della ricerca

In questi giorni (Dicembre 2016) si discute molto al Politecnico di Torino di finanziamento diffuso. Questa pare essere una delle cause delle dimissioni del Pro-Rettore.

Riporto in questo post l’idea che mi sono fatto sulle ragioni a supporto o contro questa iniziativa.

Cosa è il finanziamento diffuso?

Si tratta di un finanziamento dato ai ricercatori (e professori) per consentirgli di svolgere le proprie ricerche. La caratteristica di tale tipo di finanziamento è quello di essere senza nessun vincolo, a differenza dei programmi di finanziamento in cui è necessario  presentare un progetto con tematiche ben definite che è poi oggetto di valutazione.

In passato era abbastanza comune un finanziamento di questo tipo, denominato ex 60%, che corrisponde ad una quota del Fondo Finanziamento Ordinario dato annualmente dal MIUR destinata a sostenere i programmi di ricerca locale, i congressi, gli scambi culturali e ogni forma di cofinanziamento. Tale quota nella migliore delle ipotesi ammontava a una cifra dell’ordine dei 1000 € per anno per ricercatore: insufficiente a svolgere qualunque tipo di ricerca.

Questioni di merito

Le principali ragioni a favore e contro il finanziamento diffuso si situano su quattro linee principali.

Le motivazioni di chi si schiera contro tale finanziamento sono essenzialmente:

  1. NON-DISCRIMINATORIO: si tratta di un finanziamento “a pioggia” che non distingue ricercatori attivi ed inattivi (meritevoli e non meritevoli),
  2. DISINCENTIVANTE: rappresenta un disincentivo a trovare fondi in maniera autonoma, tramite contratti di ricerca con privati o bandi pubblici competitivi,
  3. ANTI-STRATEGICO: rappresenta il contrario di una programmazione strategica della ricerca mirata a temi rilevanti, gli stessi fondi potrebbero essere affidati ai dipartimenti (entità deputate al coordinamento della ricerca e della didattica) per dare loro un margine di azione (attualmente molto limitato),
  4. ANTI-QUALITA: disinnesca le iniziative di premialità, a diversi livelli (ministero, ateneo, dipartimenti), dirette ad incentivare la produzione di pubblicazioni di alta qualità.

Invece le ragioni di chi sostiene il finanziamento diffuso sono:

  1. NON-DISCRIMINATORIO: sebbene il concetto di “ricercatore inattivo” sia intuitivamente chiaro, non è di facile  definizione. In ogni caso
    • si tratta di docenti che hanno superato uno o più concorsi pubblici e sono stati valutati positivamente per accedere al loro ruolo,
    • è possibile che un ricercatore inattivo avendo a disposizione una piccola somma possa tornare ad essere attivo,
    • un investimento che permetta di partecipare a conferenze o di effettuare scambi culturali può avere ricadute positive in ogni caso.
  2. DISINCENTIVANTE: molto spesso i bandi competitivi erogano dei co-finanziamenti che potrebbero essere complementati dal finanziamento diffuso: in tal caso esso svolge un elemento abilitante alla partecipazione a bandi.
  3. ANTI-STRATEGICO: il finanziamento diffuso non sostituisce la programmazione strategica top-down (attuata tramite altri canali) ma la affiancata e rappresenta una programmazione bottom-up, che presenta alcuni vantaggi:
    •  permette aggregazioni spontanee non guidata da logiche più alte,
    • consente di seguire linee di ricerca diverse da quelle ufficialmente supportate e più in generale permette una diversificazione dei temi di ricerca, fattore estremamente salutare per il progresso scientifico,
    • consente attività “curiosity-driven” difficilmente inseribili in una programmazione strategica top-down.
  4. ANTI-QUALITA: la premialità diretta solo nella direzione della qualità delle pubblicazioni (fatti salvi tutti i problemi pratici e teorici di decidere cosa è un pubblicazione di qualità) rischia di portare delle significative distorsioni nel comportamento dei ricercatori. La possibilità di svolgere ricerca slegata da un  linea di premialità moncorde è un’occasione di ridurre il peso di tali distorsioni.

Questioni economiche

Esistono inoltre ragioni economico/finanziarie che possono far pendere il giudizio da un alto o dall’altro.

Chi è contrario al finanziamento diffuso ritiene che

  • non sia corretto investire una quota significativa del bilancio di un ateneo per un’iniziativa priva di valutazione a priori o a posteriori, quindi sostanzialmente “a fondo perduto”.
  • se una valutazione a ex-ante è da escludere assolutamente, si può immaginare una valutazione ex-post che cerchi di rilevare gli effetti postivi del finanziamento diffuso su vari indicatori: questo tipo di valutazione è molto complessa da attuare e difficilmente può portare a risultati conclusivi.
  • un uso del denaro pubblico senza controlli non è responsabile.

Le considerazioni economiche a favore del finanziamento diffuso sono:

  • i costi di una valutazione ex-ante si situano in un intervallo dal 5% al 20% del finanziamento, a questi costi occorre aggiungere i costi nascosti per gli adempimenti (cost of compliance) ed eventuali costi ex-post di verifiche ed auditing. Questo comporta uno spreco inevitabile di una parte significativa del finanziamento, molto probabilmente inferiore allo spreco (potenziale) dovuto ai ricercatori inattivi.
  • la valutazione inoltre introduce un ritardo nell’erogazione dei fondi che porta ad una minor efficacia nel loro uso.
  • i fondi per il finanziamento diffuso sono comunque inferiori a quelli normalmente pianificati per l’usuale pianificazione strategica top-down.
  • il finanziamento diffuso è pensato per spese legate alla ricerca, quindi si tratta di fondi utilizzabili per l’acquisto di attrezzature, o la partecipazione alle conferenze, ovviamente non sono compensi percepiti dai ricercatori.

Updated: 12/12/2016

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4 thoughts on “Finanziamento diffuso della ricerca

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