Finanziamenti all’università

Alcune considerazioni, prima puntuali sui recenti risvolti e poi più generali.

Decreto Gelmini

Con il decreto recentemente annunciato (mentre scrivo il testo non è ancora disponibile), il ministro Gelmini pare aver iniziato la strada che porta alla distribuzione del FFO delle università sempre più basata sul merito. La quota distribuita in base a parametri di merito passa circa dal 2% al 7% del totale, e inoltre dalle parole del ministro sembra destinta a crescere ancora in futuro.

Questo non significa come qualche giornalista “poco accurato” (che da i numeri) scrive:

E così, i 500 milioni di «incentivi per la ricerca» andranno solo agli atenei «più virtuosi». Nulla per quelli in rosso[…]

Il Giornale, 7/11/2008, p.13, firma: V.La Manna

Sulla base di quanto avvenuto in passato, ad esempio per la ripartizione dei fondi legati alla programmazione triennale, si può prevedere che il merito vada ad alterare leggermente le quote che si avrebbero secondo una ripartizione piatta (secondo il famoso Modello). Quindi gli atenei “viziosi” verosimilmente prenderanno leggermente meno di quanto gli spetterebbe se la quota fosse suddivisa nel modo usuale.

Indicatori di merito e ripartizione dei finanziamenti

La suddivisione dei finanziamenti in base al merito può essere scissa in due sotto-problemi:

  • la definizione e misura di indicatori opportuni
  • l’uso di tali indicatori per la ripartizione

Gli indicatori sono molto difficili da definire perchè, a parte i limiti teorici della misura, nella pratica qualunque indicatore rappresenta solo una delle facce che può assumere il merito. Inoltre, qualunque insieme di indicatori verrà scelto, si finirà inevitabilmente per penalizzare alcuni casi particolari, sicuramente meritevoli secondo il senso comune, ma non secondo i valori degli indicatori.

Un altra istanza da tenere presente quando si definiscono gli indicatori è quello che benigniamente potrei chiamare effetto Hawthorne o che malignamente potrei chiamare la “via italiana”. Mi riferisco a quell’effetto che in passato ha portato alla moltiplicazione dei corsi e delle sedi distaccate e a privilegiare la quantità sulla qualità perchè tali comportamenti portavano ad un aumento degli indici.

Il secondo e forse più importante problema sarà come gli indicatori verranno utilizzati per ripartire i finanziamenti tra gli atenei. Se non vengono utilizzati per introdurre una pesante discriminazione tra chi merita e chi no, allora si tratterà di molto rumore per nulla.

L’esempio della ripartizione dei fondi per la programmazione triennale che facevo prima è emblematico in quanto fallisce sia sul piano della definizione degli indicatori che sul loro uso:

  • i criteri molto speciali che valutano alcuni aspetti quantomeno discutibili (es. il numero di studenti che si iscrivono al 2o anno avendo acquisito almeno 50 crediti)
  • la valutazione viene fatta sulla derivata (la variazione) degli indici e non sul loro valore o sulla distanza da un obiettivo (si premia chi ha maggiori margini di miglioramento e li sfrutta rispetto a chi ha già raggiunto buoni livelli)
  • per la ripartizione gli indicatori introducono una debole perturbazione sulla ripartizione effettuata secondo i criteri ordinari “a pioggia”.

Non resta che sperare in un rinsavimento dei “saggi” che lavorano al ministero.

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